VIRUS – L’INFERNO DEI MORTI VIVENTI

di Bruno Mattei (1980)

Con tutti i limiti del caso e periodo, tra gli horror più memorabili dell’autore. Non fosse altro per il cinico sottotesto anticapitalista ed ecologista, e la presenza di alcune scene che per un motivo o un altro sono diventate iconiche tra gli appassionati del genere e gli hanno conferito un valore forse decentrato in termini programmatici, ma sicuramente rinfrancante per la memoria del regista.

titolo originale: “Virus”
durata: 89’
produzione: Italia/Spagna
cast: Margit Gansbacher, Franco Garofalo, Selan Karay, José Gras, etc
sceneggiatura: Bruno Mattei, Claudio Fragrasso, Rossella Drudi
fotografia: Juan Cabrera
musica:  Goblin, Giacomo Dell’Orso

Con questa che poi è divenuta una delle sue pellicole più ‘kult’, Mattei amplia e arricchisce lo spettro della sua eterogenea produzione addentrandosi nel filone degli zombie movie, di palese e dichiarata derivazione romeriana [a partire dal nuovo pseudonimo adottato ‘Vincent DAWN’]. Avvalendosi per la sceneggiatura dell’amico (e non accreditato collaboratore anche per la regia) Fragrasso – a sua volta affiancato da Rossella Drudi – il regista propone una misteriosa missione che assume le fattezze di avventuroso viaggio nel terrore. Misteriosa almeno fino al finale che esplica la natura politica della suddetta.

Viaggio che con tutti i limiti comunicativi dell’interpretazione tanto degli attori che delle comparse (con immancabili soggetti sorridenti o intenti in una zombie-walk comica con accelerazioni inspiegabili) passa in rassegna un po’ tutte le variazioni sul tema, classici assedi domestici e riferimenti esotici fulciani inclusi; nonché una contaminazione tribal-cannibal che attinge alla produzione precedente dei vari Lenzi, Deodato o Martino.

Ed è proprio il cannibalismo uno degli elementi più marcati in questa storia che inizia e finisce in fabbrica. Il topo assassino dell’incipit annuncia in qualche modo il successivo “RATS” – ARTICOLO QUI

Il titolo originale (all’estero è meglio noto come “Zombie creeping flesh”) è dovuto infatti all’origine ‘virale’ della famelica immortalità, creata in laboratorio dall’uomo e sfuggita al suo controllo.

Fabbrica che si erge, con effetto accentuato da ricorrenti contre-plongée come sinistra struttura costruita nel terzo mondo per risolvere il problema della fame; nel più amorale dei modi: far divorare i più poveri – interessante il parallelismo zombies/indigenti – tra di loro, con una sorta di (ennesima) variazione su quanto proposto da Fleischer del suo meraviglioso “Soylent Green”.

Salvo qualche fegatello o scena di raccordo di più lunga durata nei dintorni di Roma, il film fu girato in Spagna (spacciata per Nuova Guinea – possibile altra citazione della pellicola del ’74 di Akira Ide) con ancor meno mezzi di quelli preventivati; tanto che all’arrivo sul posto Fragrasso dovette riscrivere la sceneggiatura per ovviare al basso budget. In tale contesto, soli due attori italiani furono coinvolti.

Lo stralunato e kinskiano Franco Garofalo, nel ruolo del soldato Santoro: personaggio incline all’iracondia nei confronti degli zombi e in più occasioni non curante del pericolo (ovviamente il destino presenterà il conto) in superflue dimostrazioni di human power.

E nel ruolo della giornalista Lia, una giovanissima Margit Gansbacher al naturale, ancora lontana dalla matura avvenenza raggiunta ne “La puritana” di Grassia e omaggiata da un bagno di sangue à-la-Carrie (nell’efficace scena finale dell’ascensore) poco prima di lasciare questo mondo dopo averci donato un’infinita e insopportabile serie di espressionistici sguardi terrorizzati.

Fatta eccezione per i frame con i fulmini, il film trova nei fantasiosi effetti speciali artigianali ( il suo punto di riscatto da una performance attoriale a tratti insostenibile (in primis il padre del futuro bambino zombie o il capo dei terroristi).

Sorprendente (anche se poco pet friendly come purtroppo quasi tutte le pellicole del periodo) il gatto indiavolato che fuoriesce dal cadavere di un’anziana signora; discutibile il fegato estratto dalla parte alta sinistra di un busto (evidentemente il macellaio non aveva disponibili cuori animali), ma in generale – ribadisco – tra le cose migliori del film. Per gli appassionati del genere, ca va sans dire…

Punte di magistrale, assoluto disgusto nella parentesi tribale che tratta le consuetudini post-mortem dei selvaggi.

Messa in scena che oscilla tra il noioso e lacunoso, con alcuni punti di montaggio che tra un inserto mondo movie e l’altro mettono a dura prova il conceto di ellissi temporale (es. a caso la scena in cui Lia tiene sotto tiro uno dei militari che ricorda vagamente Lee Majors).

Tra fiumi di infinite munizioni (infinite come la benzina), come poi nessuno capisca che per uccidere uno zombie (sorridente o meno) si debba sparare alla testa come fa il militare Santoro – che oltretutto lo spiega apertamente in più momenti – resta una delle assurdità più frustranti del film. Ma questa è un’attitudine che ho constatato in molte pellicole, tra cui il buon “Zombie 2” del sopraccitato Fulci, quindi soprassediamo…

Ottima la musica dei Goblin, anche se non perfettamente aderente al girato, ma ciò è ampiamente giustificato dal fatto che sempre per motivi economici sono stati utilizzati brani che il gruppo aveva precedentemente composto per altri film come “Contamination” di Cozzi o appunto “Zombie” di Romero, a questo punto possiamo asserire omaggiato/citato fin nei minimi dettagli.

L’edizione integrale completa alla fine il quadro di efferatezze con l’uccisione di Lia tramite estirpazione della lingua ed espulsione dei bulbi oculari a seguito di inserimento della mano nella cavità orale (allineandosi alla moda del popping out di quegli anni, ma in una maniera che a memoria – ma posso sbagliarmi – vedremo solo 9 anni dopo nel “Society” di Yuzna, usando un altro ingresso corporale); scena che ovviamente ha causato l’inserimento della pellicola tra i Video Nasties britannici.

Il film è uscito in Italia in DVD per la Stormovie, con distribuzione Serendipity nel 2009.
Esiste anche un’edizione Cecchi Gori (Collana “CineKult”) – distribuzione Mustang Entertainment – nel 2011, ma è fuori catalogo.
Come avviene spesso per i film di genere italiani (collana “The Italian Collection”, appunto) si deve all’inglese 88 Films l’ottima versione Blu Ray da me visionata, ovviamente integrale: BD box trasparente con stampa fronte/retro che mostra sia la cover italiana che quella estera. Codice EAN: 5060496451255

A cura di Luigi Maria Mennella © 2022.


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