RATS – Notte di terrore

di Bruno Mattei e Claudio Fragrasso (1984)

titolo originale: “Rats: Night of terror”
durata: 97’
produzione: Italia / Francia / USA
cast: Ottaviano Dell’Acqua, Geretta Geretta, Massimo Vanni, Gianni Franco, etc
sceneggiatura: Claudio Fragrasso, Rossella Dudi
fotografia: Franco Delli Colli
musica: Luigi Giuliano Ceccarelli

Belli gli anni ’80…quanta passione infusa nella professione, quasi in abominio di una distaccata mestieranza che – considerazioni morali a parte – certamente avrebbe giovato nel ponderare meglio tutte quelle (impulsive) scelte artistiche che hanno creato il fascino e al contempo condanna del cosiddetto ‘cinema di genere’. Ed è quello che si evince da uno dei tanti film di culto girati in questo periodo, a quattro mani, da due amici e due generazioni a confronto, ma sempre celate dietro i purtroppo ancora necessari ossequiosi pseudonimi anglofoni. Pellicole derivative, ma rispettose; al punto da farne terreno di crescita per fantasiose variazioni sul tema del roditore assassino (nessun vendicativo “Willard” o sostanze contaminanti, ma un serio, legittimo problema di territorialità). Su uno scenario post-apocalittico debitore al primissimo “Mad Max” (anche per lo spirito di budget), introdotto da una voce fuori campo che fa sperare bene e si sublima in una caratterizzazione dei personaggi che passa in rassegna il guardaroba dei maggiori successi commerciali statunitensi antecedenti, prende vita una sceneggiatura lacunosa di cui s’intuisce l’esito fin da primi minuti e che solo per spirito d’avventura si decide di seguire. Piccola parentesi e segnalo a caso il capobanda Kurt/Ottaviano Dell’Acqua (pettinatura con piega centrale e lanciafiamma sulla scia del carpenteriano MacReady) o il fido Taurus/Massimo Vanni (praticamente un Chuck Norris italiano/memorabile la sua ispezione in moto iniziale). Tanti i richiami a Carpenter (“1997: fuga da New York” in primis) e che quasi coerentemente culminano nella buona colonna sonora in sintesi sottrattiva del prolifico Ceccarelli (tra le cose migliori della pellicola), con un intelligente uso di LFO anche per la modulazioni di frequenze emulative di versi animali. Efficace la fotografia capace di passare da un gelido controluce a una parentesi crepuscolare (disintegrata purtroppo da un delirante monologo suicida). Il comparto effettistico si impegna, come nella trovata gore delle vittime dell’orda romeriana di topi che attanaglia i mal capitati, ma con risultati purtroppo talvolta amatoriali (es. scena del topo che esce dalla bocca di una vittima o della terribilmente riuscita “esplosione” del cadavere invaso dai ratti). Resta poi da chiarire – contributo del “Toparo” a parte – quanto di simulato ci sia nel maltrattamento animale (topi presi a bottigliate, a calci, lanciati a palate, etc) il cui verismo – considerata la modesta tecnologia dei tempi – dubito che fosse inscenato… Snervanti i dialoghi con innesti comici da caserma e il livello di recitazione (omissis), secondi per fastidio solo all’abuso di urla isteriche. Grottesco, quasi extra-diegetico il contrasto tra lo pseudo-trogloditismo dei protagonisti che da un lato azzannano buste di zucchero e dall’altro si aprono in saltuarie riflessioni esistenzialiste. Quando si avvicina il finale, lo script rivela allo spettatore i pezzi mancanti del puzzle, in parte disinnescandolo, ma non abbastanza dal non strappare un compiaciuto sorriso sulla scena finale che vale da sola la visione una tantum.

A cura di Luigi Maria Mennella © 2022.

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