American Sniper

di Clint Eastwood (2014)

Eastwood, che a questo punto DELLA SUA CARRIERA abbiamo capito essere appassionato di biografie, mette in scena più o meno volontariamente una sorta di apparente agiografia yankee del ‘leggendario’ e controverso cecchino Chris Kyle. E sottolineo “apparente”, giacché la sovraesposizione patriottica non basta a colmare le zone d’ombra.

durata: 133’
produzione: USA
cast: Bradley Cooper, Sienna Miller, Sammy Sheik, Jake McDorman, Luke Grimes, etc
sceneggiatura: Jason Hall
fotografia: Tom Stern
musica: Clint Eastwood, Joseph S.DeBeasi + brani di Van Morrison (“Someone like you”) ed Ennio Morricone (“The Funeral”)

La scelta del soggetto e la sua transcodifica registica non può che suscitare perplessità; soprattutto in quella parte di pubblico che ha sempre perdonato la sua scomoda scorza repubblicana grazie ai risvolti ideologici tutt’altro che conservatori, evidenti nella sua filmografia talvolta antimilitarista, altre antirazzista o altre ancora pro-eutanasia. Ma non dimentichiamoci che qui mancano i presupposti per la libera inventiva di un “Gunny” o la par condicio dell’analisi storica fatta con i complementari “Flags of Our Fathers” e “Lettere da Iwo Jima”.

Quello che Eastwood sceglie è un approccio veristico, quasi documentaristico. Si pensi al tipo di finale: minimale nel presentimento degli ultimi istanti scanditi dagli sguardi furtivi della moglie [interpretata da Sienna Miller] o tutta la parte che raccoglie registrazioni e foto del periodo, relative al trasporto funebre e celebrazioni varie. Sicuramente la verità di una serie di fatti in parte attendibili, ma che non possono certo escludere – Tacito docet – comode mistificazioni o ingenui atti di auto-indulgenza. Ed ecco allora che da un lato evita qualsiasi giudizio ideologico (demandato piuttosto alla lettura tra le righe del pubblico); non fosse altro che per non finire in tribunale citato dalla famiglia del defunto, a sua volta già condannata a pagare quasi due milioni di dollari a causa di un attore diffamato nel libro dal figlio, senza essersi accertati della congruenza delle informazioni.

Dall’altro – puntando maggiormente sulla scarsa loquacità e scarsa empatia del protagonista (che sfocerà nella quasi alienazione da disturbo post-traumatico) – approfondisce poco (forse non a caso) i momenti introspettivi durante i congedi familiare, cuciti piuttosto frettolosamente con il resto della storia; nonostante l’importanza narrativa che avrebbero dovuto ricevere in un contesto di ricostruzione della psiche e del vissuto di un uomo.

Tutta la vitalità del protagonista e per certi versi attività cerebrale ed emotiva sembra quasi riattivarsi solo indossando una divisa. Fermo restando che per dare un netto giudizio su quest’ultimo aspetto andrebbe effettuato un confronto con il testo originale (l’omonima autobiografia best seller di Kyle per cui confesso di non aver speso il mio denaro) e capire dove finisce l’umiltà dell’autocoscienza di chi scrive e dove inizia la volontà (o saggezza?) di glissare di chi traspone.

Un ulteriore contrasto riguarda la cura delle scene. Da un lato ancora le sequenze di guerra, magistralmente girate con uno stile asciutto, ma incisivo (notevole il finale immerso nella tempesta di sabbia) e che trovano perfino tempo per innesti narrativi che alle volte arricchiscono (es. rastrellamenti e interazioni con gli ostaggi), altre depotenziano (es. telefonata con la moglie nel bel mezzo di un’azione).

E sicuramente alcune che colpiscono per la propria crudezza (es. ‘Il Macellaio’ che tortura e uccide con un trapano un bambino davanti al padre di una famiglia che ha collaborato con gli invasori).

Dall’altro tutto quello che è vissuto fuori dal campo di battaglia lascia una netta sensazione di appannamento psicologico di un dramma che sopravvive al sangue. Probabilmente anche a causa della performance ingessata del protagonista / co-produttore [Bradley Cooper].

Kyle è indubbiamente vittima di un sistema culturale che trova naturale educare un bambino (cit.) “a fermare il cuore” di un essere vivente (cfr. episodi delle battute di caccia prima con il padre e poi con il figlio) e chiamare ripetutamente “selvaggi” (il pensiero va subito a John Wayne) popolazioni che difendono l’autonomia politica e culturale del proprio paese a costo della propria vita, senza sconti per sesso o età; così come è figlio di un patriottismo che arriva a fagocitare il buon senso.

E allora diventa ‘normale’ – nonostante le grandi capacità di mira – colpire al cuore un ragazzino con una granata in mano piuttosto che ferirlo per farlo desistere o esser pronti a ucciderne un altro indeciso, piuttosto che metterlo in fuga con un paio di colpi esplosi vicino ai piedi.

La rigidità di un protocollo militare diventa un’auto-assoluzione letteraria a posteriori e – turbamento iniziale a parte (e vorrei vedere…) – non c’è pentimento nelle parole di Kyle davanti allo psichiatra che lo esamina, quanto piuttosto ottuso rimorso per non aver salvato altri compagni e aver conseguentemente reiterato quanto sopra. Etichettare un film come questo “apologetico” sarebbe quindi un grossolano errore.

Il suo è un patriottismo di fronte al quale a poco serve la maieutica di un discorso funebre di una vedova delusa dal suo stesso Paese (che sembra rispondere spernacchiando con uno dei brani per tromba peggiori di M°Ennio, tratto da un vecchio western degli anni ’60, “Una pistola per Ringo” di Tessari e ritualistici piegamenti triangolari a 13 passaggi della bandiera). Oppure delle raccomandazioni disperate di una madre/moglie di quello che fondamentalmente è un soldato ossessionato da un narcisistico desiderio di vendetta [il cecchino campione olimpionico Mustafa / Sammy Sheik è una sorta di alter ego negativizzato dallo schieramento politico, ma probabilmente non diverso da lui].

E’ un patriottismo che abbassando gli occhiali scuri lascia scivolare nell’obnubilamento un fratello – introdotto nel film e lasciato uscire di scena come essere debole (“pecora” quindi nella divisione paterna che includeva anche “lupi” …e “cani da pecora”, come Kyle) – stanco della guerra e che manda “affanculo questo posto!”

Ed è soprattutto un patriottismo che un regista deve tradurre in immagini e suoni (tra l’altro, premiato il montaggio) in modo coerente con la pur discutibile visione dell’autore letterario.

Quello che però non viene autodenunciato nel libro, Eastwood lo affida alla deduzione dello spettatore: dalle responsabilità in un passato di cowboy cornificato dalla compagna perché pensava solo a cavalcare e divertirsi con il fratello fino all’evidenza di una foto (N.B. reale) da guerrafondaio nei titoli di coda che lo ritrae sorridente con una doppia cartucciera alla Rambo addosso.

La guerra è un male, certo, la società che la coltiva come mezzo dialogico ha pure le sue colpe, ma oltre la retorica il vero eroismo è vincere i propri conflitti interiori e raggiungere la pace sul campo di battaglia familiare. E su questo Eastwood – regista profondamente umano ma spesso vittima della stessa coltre stilistica che usa per mascherare la propria sensibilità – riesce perfettamente a descrivere inter lineae il fallimento di Kyle senza fucile.

Il film è stato pubblicato e distribuito in Italia su DVD e BD nel 2015 dalla la Warner Bros, che ha poi perfino ristampato una versione slipcase BD intitolata “American Sniper – The Chris Kyle Commemorative Edition” l’anno dopo (…); così come un’edizione steelbox BD a distanza di un altro anno. E’ stato inoltre incluso nelle varie raccolte dedicate al regista californiano in circolazione.
Blu ray da me visionato, la prima versione, in classico amaray con copertina a stampa monofacciale.
Codice EAN: 5051891129771.

A cura di Luigi Maria Mennella © 2022.


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